02 giugno 2008

Loney, Dear : una monografia

Dunque, i Loney, Dear hanno (o meglio ha) fatto solo due album ufficiali, quindi come monografia non aspettatevi molto, almeno sul piano della quantità. Su quello della qualità, invece, non si discute: se non avete mai ascoltato Loney noir e Sologne è davvero il caso di rimediare subito, specialmente se il pop di stampo acustico e cantautorale è il vostro pane quotidiano.

Emil Svanängen, il signor Loney, Dear, è originario di Jönköping (la città dei Cardigans, ma dubito che li abbia frequentati molto) ed è uno di quei singer/songwriter (ce ne se sono davvero tanti in Scandinavia) che ama fare una band da sè, suonando praticamente tutto e registrando tra il soggiorno e la cantina di casa.
I metodi artigianali di Emil e una lunga serie di venerdì sera passati in solitudine a comporre a registrare (il suo nome d’arte pare venga da qui) hanno fruttato tre cd-r venduti direttamente dalle sue mani dopo i concerti o attraverso il suo sito. Poi qualcuno oltreoceano si è accorto che dentro quei dischetti masterizzati c’erano cose ben più interessanti della media, e in poco tempo Loney, Dear è finito a ri-registrare e pubblicare l’ultimo dei tre (Loney noir) per la Sub Pop. Sì, proprio quella Sub Pop, mica scherzi!

Tutti gli album dipingono un ritratto in chiaroscuro dell’animo malinconico di Emil: nel complesso quattro ampi disegni dalle linee essenziali, timide e appena increspate, ma dal tratto decisamente personale e pieno di fascino.
Partite da Citadel band e The year of river fontana se siete curiosi di penetrare nella ossessiva solitudine cantautorale di Emil Svanängen: ascolterete una ventina di pezzi serenamente tristi, dove l’acustica, il computer e la drum machine sembrano aver trovato un equilibrio essenziale, su un filo ideale (e traballante) che collega Thom Yorke a Bright Eyes, la sperimentazione alla tradizione, la suggestione alla melodia. Esordi di grande interesse, preludio di due grandi album nati da quelle stesse seminbali intuizioni e dal medesimo modus operandi.
Iniziate invece con Loney noir se volete conoscere Loney Dear nel suo lato apparentemente più spensierato e pop, quello che gli americani hanno scoperto e apprezzato prima di noi europei: mettete il disco nel lettore (o l’mp3 nell i-pod) e vi troverete d’incanto nel mondo leggiadro e (quasi) primaverile di Sinister in state of hope e di I am John, che è il pezzo più veloce e irresistibile della finora breve carriera di Emil (ma attenzione: le liriche non sono per nulla allegre!) e vi introduce ad una struttura di canzone che Loney, Dear ama particolarmente: base acustica, crescendo finale, voce che sale al falsetto, stratificazione dei cori e degli strumenti (fiati, flauto e glockenspiel soprattutto). Insomma, la penombra illuminata a poco a poco da una luce tiepida ma impetuosa, come quella che rende stranamente confortevole la sottile disillusione di Saturday waits, o come quella che accompagna il battimani di Hard days e ricopre lentamente di tranquilo disincanto la mestizia di I am the odd one. Le dieci canzoni di Loney noir tengono fede al titolo, dentro c'è tutta la pensosa dimensione esistenziale di Emil, ma non c'è traccia di compianto o depressione nella musica di Loney, Dear, anzi: il misurato eclettismo strumentale e le linee melodiche malinconicamente limpide fanno pensare ad un cantautore che ha imboccato con sicurezza una strada personalissima e utilizza la popsong come catarsi positiva e sostanzialmente sorridente dei suoi fantasmi interiori.
Sologne, ultima fatica di Svanängen, è un disco più complesso e costruito dei precedenti, dove l’apparente oscurità tematica si accende ancora di splendidi crescendo luminosi (A band, Take it back), allude al jazz senza mai abbracciarlo, parla la lingua dell’indie-rock più raffinato senza essere indie-rock (in fondo come gli Shins), e si arrampica infine fischiettando fino a notevoli vette di acustica poesia folk (I fought the battle of Trinidad & Tobago). Un po’ come un Ben Gibbard in minore (sarà anche un fatto di voce, e poi non è forse vero che Where are you go go going to e I lose it all potrebbero trovare accoglienza nella versione umplugged di un qualsiasi disco dei Death Cab For Cutie?), un Josh Rouse dall’accento scandinavo (The city the airport), un Joseph Arthur abbagliato da un giorno di sole, un Mark Linkous uscito per un attimo dalle sue ombre perenni, un Elliot Smith tornato miracolosamente al mondo per due minuti di arpeggi delicati e un goodbye sussurrato (Won’t you do).

Progetti per il futuro? La riedizione dei primi due dischi autoprodotti, forse. E un album nuovo, ovviamente, che dovrebbe chiamarsi Dear John e che sta occupando quel perfezionista di Emil da parecchi mesi (aggiornamenti regolari sul suo sito). Attendiamo con impazienza...


I am John


Saturday waits


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