
Scordatevi il fatto che Kristian Matsson sia nato e cresciuto in Svezia. Scordatevi persino che Kristian Matsson sia il suo nome: ora si fa chiamare The Tallest Man On Earth, e può darsi che sia pure vero, e magari l'uomo più alto della Terra proprio lui. Scordatevi anche che quello che state ascoltando, Shallow grave, sia un album registrato nel 2008: forse vi hanno giocato uno scherzo, cambiando etichetta a un disco proveniente dalla Anthology of American Folk Music, inciso da qualche misconosciuto hobo statunitense prima o dopo l'ultima guerra.
Eppure, signori, The Tallest Man On Earth è per davvero un ragazzo svedese, e se persino gli americani se ne stupiscono con un'espressione tra l'attonito e l'ammirato, la sua musica deve essere veramente quel piccolo miracolo di cui si comincia a parlare con insistenza.
Se avete già sentito l'omonimo ep d'esordio di Kristian, uscito mi pare un anno e mezzo fa, probabilmente saprete di cosa parliamo: folk per chitarra acustica (o banjo, in perfetta alternanza) e voce sdrucita. Dalle parti dell primo Dylan, certo, ma quello che si esibisce passando il cappello tra i tavoli del Village e si allena a diventare il più grande di tutti studiando i canoni di Guthrie e Leadbelly, non quello delle canzoni di protesta e del successo planetario. Dylan in purezza, senza stravaganze alla Beck o alla Devendra Banhardt, senza sovrastrutture alt-country. E pure una brezza dolceamara di Nick Drake, non fosse che qui si maneggia ruvido cuoio americano e non il velluto della buona borghesia inglese. Il fatto è che il rapido fingerpicking di Matsson è talmente penetrante ed al contempo così leggero che i paragoni vengono sa sè (prendete Where do my bluebirds fly), anche se poi c'entrano fino a un certo punto.
Shallow grave è stato registrato dal vivo, in maniera totalmente analogica: sembra di vederlo Kristian, mentre canta e suona in totale solitudine con un vecchio microfono davanti alla bocca e le bobine che girano lente dentro il più disgraziato e gracchiante dei registratori. Fuori dalla finestra un cielo screziato di nuvole come quello che compare in copertina: un cielo che potrebbe appartenere a Stoccolma così come a Nashville, per quello che ne sappiamo, al 1908, al 1958 o al 2008.
L'uomo più alto del mondo fa viaggiare le sue lunghissime dita sulle corde, e trascina la sua voce roca attraverso paesaggi che raccontano dell'America più profonda e rurale, di distanze, malinconia e delusioni, di amori, partenze e maree, con una poesia senza tempo che evoca il fantasma di Townes Van Zandt. Ed è un po' come se viaggiassimo anche noi, lungo i dieci episodi di Shallow grave: canzoni vecchissime e modernissime, vive, sognanti e strazianti, canzoni dagli stivali lucidi e dalle suole sporche della polvere di mille strade percorse...
It will follow the rain
I won't be found (live)
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