
Bene o male, il destino di Lasse Lindh è quello di passare inosservato. Non che sia un "signor nessuno": ha almeno sei album allle spalle, tre da solista e un paio come membro degli altrettanto sottovalutati Tribeca, più un numero di ep ed altre apparizioni, senza contare che ha esordito con la EMI (Bra, 1998) ed è stato - al tempo del suo unico disco in inglese, You wake up at the sea tac - nel pregiato roster della Labrador Records. Se ne parlava, tempo fa, come di uno di quelgi artisti in grado di fare il salto nel mercato anglo-americano, grazie a quello stile pop-rock raffinato e mediamente malinconico che, all'epoca, ha portato sulla breccia Coldplay e compagnia bella. Il salto, ovviamente, è fallito, e Lasse è tornato in un sol balzo al mondo delle piccole etichette alternative, alla lingua madre, e ad una vena indie-rock quanto più essenziale, intima e ruvida allo stesso tempo (con Lasse Lindh nel 2005 e Jag tyckte jag var glad nel 2007).
Pool, da poco uscito per la Groover, è ormai il settimo album di Lasse Lindh, indice di una vena che negli ultimi anni non si è per nulla esaurita, anzi... Come l'amico Timo Raisanen (altro artista di cui alla fine si accorgono in pochi), che qui canta in un pezzo, Lasse si dedica ancora ad un pop-rock elettrico e melodico capace di mostrare i muscoli al momento giusto e di adagiarsi subito dopo su atmosfere di penombra; a tratti fa il verso allo stile verboso di Hakan Hellstrom e a quello sornione di Pelle Carlberg; in un episodio duetta con la voce rotonda di Jonna Lee; nel complesso gioca su una voluta alternanza di immediatezza e complessità, corteggiando il pop radiofonico e tirandosi rapidamente indietro. Insomma un buon lavoro, uno di quelli che chiunque definirebbe "maturo" (Lasse ha 34 anni, anche se non li dimostra affatto). Nato per passare inosservato in un mare di tante altre cose, ma pazienza...
Quattro pezzi dell'album Pool in ascolto qui.
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