
Non c'è dubbio che Peter Bjorn & John siano stati uno dei casi discografici scandinavi più importanti degli ultimi anni. Dopo degli stentati inizi nell'ambito del cantautorato indie, sono stati catapultati davanti alla platea di MTV con il video della travolgente Young folks, sono diventati idoli di Pitchfork e delle riviste di settore, hanno venduto un bel po' di dischi e hanno avuto il destro per girare un po' il mondo esportando il loro pop modernista.
In vacanza dai due colleghi, Peter Morén pubblica in questi giorni il suo esordio solista, dal titolo fitzgeraldiano (tra l'ironico e il magniloquente) The last tycoon. Chi si aspetta di trovare le drum machines e i groove ammiccanti di Writer's block rimarrà piuttosto deluso: tutto qui è all'insegna del sottovoce e dell'intimismo acustico, in una dimensione artigianale da singer/songwriter che ha scelto di servirsi - con poche calcolate eccezioni - della propria voce, di una chitarra, di un pianoforte, del battito delle mani (prendete la lunga e convincente This i s what i came for o l'iniziale Reel to reel).
Le storie che Peter ha da raccontare non sono tanto diverse da quelle condivise con Bjorn Yttling e John Eriksson ma, se nella band la medesima essenzialità era solido fondamento di costruzioni variamente eclettiche, in The last tycoon è una precisa scelta stilistica, sollevata da ogni tentazione di noia da curati inserti di archi (belli e languidi quelli di Missing link e Le petit coeur), sintetizzatore, vibrafono (Tell me in time) o percussioni casalinghe (Twisted). Nel complesso un album intertessante, privo delle potenziali hit alternative che sono il marchio di fabbrica di P B & J (fatta eccezione forse per la coinvolgente Social competence), ma rivelatore di un notevole talento compositivo.
0 commenti:
Posta un commento