15 gennaio 2008

Andreas Mattson e Popsicle : una monografia

C’era una volta (si dice così no?) una band svedese chiamata Popsicle. Se non li avete mai ascoltati già il nome vi dice molto della loro musica: estiva e dissetante, certo, come un ghiacciolo al gusto che pare a voi, leggera e croccante come uno di quei dolci al riso soffiato che mangiavate da adolescenti, pop di forma e costituzione. Un pugno di dischi di buon successo piantati in mezzo ai Novanta – bei tempi per il rock alternativo – e poi un dignitoso scioglimento prima del volgersi del millennio: quanto basta per dirigere le coscienze (e le chitarre) di un’intera generazione di band scandinave (prendete gli ottimi Last Days of April di Might as well live, per esempio, o l’irrequieto Timo Raisanen, o i sottovalutati Niccokick), che ancora oggi amano indicarli come maestri. Concedete una mezz’ora a Lacquer se siete incuriositi dai Popsicle: troverete una generosa dose di inni elettrici dell’epoca in cui i Teenage Fanclub avevano cose da dire e da insegnare sull’etica e l’estetica della canzone pop. Oppure, se volete un panorama più ampio, procuratevi la raccolta The good side of Popsicle, così potrete tracciare qualche coordinata nuova sulla mappa del guitar pop.

Andreas Mattson era il nocchiero della nave Posicle: allora ventenne che si faceva i muscoli nel cantiere indie, oggi musicista maturo con contratto Hybris, cioè l’alternativo che conta in Svezia,
quello che strizza l’occhio alle mode e non solo. Perché non vi ho parlato prima di The lawlessness of the ruling classes (titolo fantastico di per sé) non lo so spiegare: è un album del 2006, ha già meritato lodi e premi in patria, forse qualche spericolato ha persino tentato di esportarlo nelle lande anglosassoni (non so con quale risultato francamente). La distanza dai Popsicle è segnata già dai cinque minuti iniziali, dove un’essenziale melodia elettronica radioheadiana pare avvertirci che il tempo è irrimediabilmente passato, e per mettersi in linea con il nuovo Mattson bisogna pazientemente attendere. Poi, subito dopo, comincia per davvero uno dei dischi cantautorali più delicati ed ispirati in cui mi sia imbattuto negli ultimi anni, dalle parti del Josh Rouse di 1972, di quelle promesse mai del tutto mantenute che di nome fanno Ed Harcourt e David Kitt, di artisti "morbidi" come David Scott/Pearlfishers o Pernice Brothers (per citare entrambe le coste dell’Atlantico), con un occhio rivolto ai Settanta di Todd Rundgren. Certo, il dna melodico non è mutato dalla band primigenia, ma la proposta di Mattson è ora sempre lenta, dilatata, romantica, tanto negli arrangiamenti (classici anche quando fa capolino un battito timidamente elettronico) quanto nelle liriche, il che lo pone in qualche modo agli antipodi di artisti come Jens Lekman, Pelle Carlberg e Montt Mardiè, devoti decisamente al lato giocoso e/o eclettico del pop. Andreas è invece maggiormente in linea con chi pensa che scrivere canzoni sia una faccenda assolutamente seria (Damien Rice e via discorrendo), e siccome sotto sotto lo pensiamo anche noi, e ci piace tanto il lume di candela di Mattson quanto le danze sul filo della tradizione di Lekman, The lawlessness… lo consiglieremmo senza remore a chiunque voglia ascoltare delle belle canzoni senza la pretesa di trovare novità e, al di là del messaggio politico del titolo, improbabili rivoluzioni sonore. In attesa di un nuovo disco, speriamo a breve.


Discografia:


Popsicle – Template EP (1992)
Popsicle – Lacquer (1992)
Popsicle – Abstinence (1994)
Popsicle – Popsicle (1996)
Popsicle – Stand up and testify (1997)
Popsicle – The good side of Popsicle (2005)

Andreas Mattson – The lawlessness of the ruling classes (2006 – Hybris)




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