18 dicembre 2007

(just another) pop song's ALBUMS OF THE YEAR 2007


"Dalla musica non pretendo altro che sia bella da ascoltare", scriveva Nick Hornby in un celebre saggio in cui enumerava le sue canzoni preferite. Frase che può sembrare superficiale e semplicistica, ma che mi pare definisca il pop in maniera perfetta.
La fine di un altro anno di musica pop - per me scandinava, soprattutto, come sta scritto sotto il titolo di questo blog - è tempo di riflessioni e di giochi. Riflessioni sullo "stato dell'unione" (insomma, "dove va il pop oggi?" o qualcosa del genere) e giochi fatti di classifiche delle migliori uscite, o dei dischi più ascoltati: in ogni caso il trionfo della soggettività. Che poi, se il pop non fosse proprio il concetto più soggettivo sulla piazza musicale odierna, non ci sarebbe gran chè da divertirtsi...
Nel compilare la Top 12 dei dischi pop scandinavi usciti nel 2007 ho deciso di tenere l'affermazione di Hornby come immediato comandamento: ho scelto i dodici album (dodici come i mesi) "più belli da ascoltare". Per il sottoscritto ovviamente, il che dovrebbe allontanare ogni tentazione di trovare valori oggettivi che giustifichino l'assenza di alcuni lavori comunque eccellenti (sì, mi riferisco a Jens Lekman, e non mi è caduta una tegola in testa!), o l'assegnazione della palma a dischi che a molti sono parsi come minimo insignificanti.
Questo per quanto riguarda i giochi.
Per quanto riguarda le riflessioni invece, mi pare il momento giusto per spendere qualche parola sul pop scandinavo/svedese del 2007. Nell'anno solare justanotherpopsong ha segnalato una quarantina di band/artisti provenienti dalle lande nordiche che tanto amiamo. Non sono che una parte di quelli ascoltati (con maggiore o minore attenzione) negli ultimi dodici mesi: il fatto è che la scena indie-pop e indie-rock scandinava, e svedese in particolare, è un mare (quasi) sterminato di proposte diverse, in gran parte valide. Solo in Svezia, per darvi un'idea (che forse avete già) ci sono almeno venticinque etichette indipendenti attive sul mercato, senza contare il fatto che anche le major partecipano al discorso alternative, e che molti artisti svedesi incidono per labels inglesi, americane, tedesche... Provate a fare una ricerca su myspace dei gruppi svedesi che si catalogano con la parola "pop": ne troverete migliaia. Molti dilettanti assoluti che copiano la musica di qualcun'altro più famoso di loro. Altrettanti dotati di indiscutibile talento e originalità. Quasi tutti perfettamente anglofoni, il che spiega un'altra bella parte della questione...
Esiste una "scena pop svedese"? Sì. E gli svedesi sembrano esserne serenamente consapevoli: la meritocrazia scandinava fa sì che a tantissimi di quei musicisti sconosciuti sia offerta la possibilità di pubblicare la loro musica con un'etichetta avviata, il che comporta visibilità in patria e - grazie alla rete - non solo in patria. I testi in inglese, l'internazionalità insita nel verbo pop, nonchè la disponibilità (pure economica, certo) a trasferirsi temporaneamente, strumenti e bagagli, in Europa o meglio ancora negli States per farsi conoscere e conoscere cose nuove, sono fattori aggiuntivi che danno a buona parte dei gruppi scandinavi la proverbiale "marcia in più" rispetto a tanti colleghi europei, inglesi compresi.
Il 2007 non ha portato sconvolgimenti nell'indie pop scandinavo. Chi si aspettava l'"esplosione" mainstream a livello internazionale di qualche artista nordico è stato deluso: molti nomi si sono fatti conoscere sui magazine britannici e americani, ma ancora nessun erede dei Cardigans e dei Kings of Convenience in vista. Quelli che di recente "ce l'hanno fatta", e parlo di I'm from Barcelona e soprattutto Peter Bjorn & John, non hanno pubblicato quest'anno, e per quanto riguarda il citato Lekman, Shout Out Louds e Josè Gonzalez si può parlare di una conferma che attira comunque più critica che pubblico. Di gruppi più punk/rock oriented come Mando Diao e The Hives qui non ci occupiamo, ma i loro dischi li trovate facilmente anche qui in Italia. Quelli di Lacrosse, Sambassadeur, Maia Hirasawa, Susanne Sundfor e Billie The Vision no, non li trovate, e l'impressione è che anche in patria una larga fetta di artisti indie-pop sbarchi il lunario con lavori ben lontani dalla musica: consoliamoci, tutto il mondo è paese!
Tante altre cose si potrebbero dire (per esempio, curiosità, che in almeno 9 sui 12 album che citerò tra un attimo la voce dominante è femminile: è stato l'anno delle donne?) ma mi fermo qui per non annoiarvi.
Buona fine 2007...

(SCANDINAVIAN) ALBUMS OF THE YEAR 2007 by (just another) pop song :

1. Lacrosse - This New Year Will Be For You And Me (Tapete)

Volontariamente o no, nella loro cantina stoccolmese i sei Lacrosse hanno scritto un manifesto sul potere terapeutico della musica pop. Ogni malinconia è bandita dai 45 minuti di “This new year will be for you and me”: qui ci sono 12 canzoni di marca power-pop smodatamente ottimiste, caleidoscopiche, energiche, dove tutto pare raddoppiato e triplicato ad arte (dalle voci alle ritmiche, dalle chitarre ai fiati) e chi ascolta è invitato ad alzare al massimo il volume e saltare sul tavolo. Mai sentito un gruppo divertirsi tanto nel fare musica, nemmeno i celebratissimi (e, a mio parere, meno dotati) I’m from Barcelona, e se c’è una leggera tendenza alla ripetizione di schemi e melodie nell’album dei debutto dei Lacrosse, beh, in fondo chi se ne importa: divertiamoci e basta!


2. The Moonbabies - At The Ballroom (Startracks)

Ola Frick e Karina Johanson, passato da shoegazer fuori tempo massimo e presente da reucci della scena alternativa svedese, ci hanno messo tre anni a confezionare “At the ballroom”: album ambizioso che si mette in coda dietro a pezzi grossi dell’indie-rock mondiale come Death Cab For Cutie e Stars, rischiando a tratti di superare i maestri. At the ballroom è un disco sapientemente eclettico ma non dispersivo, fatto di magniloquenti e raffinati crescendo orchestrali, melodie catchy e qualche volta volutamente sopra le righe, incursioni da indie-dancefloor, romanticismo spaziale, zucchero ed elettricità, dove l’elemento femminile e maschile della musica si mescolano e si scambiano i ruoli.


3. Anna Järvinen - Jag Fick Feeling (Hapna)

Finlandese d’origine, svedese d’adozione, carriera da cantante alt-country negli onesti Granada, Anna Järvinen ha sorpreso tutti con un debutto solista di classe sopraffina, emozionante e raffinatissimo nella sua apparente essenzialità, dove il cantautorato femminile acustico di scuola americana è solo un punto di partenza per un viaggio assolutamente personale e originale sia nello stile che nell’ispirazione (tutti i testi sono in svedese!). Dieci canzoni memorabili, leggiadre, eleganti, che sfuggono a facili etichette di genere, sulle quali spicca l’indimenticabile, commovente, aerea “Kom Hem” , capolavoro assoluto dell’album.


4. Maia Hirasawa - Though i’m just me (Razzia)

Multistrumentista, grande personalità, voce potente e versatile, amicizie e collaborazioni nel gotha del songwriting svedese (vedi Hello Saferide), un nome mezzo giapponese che resta in mente. Poteva non essere memorabile il debutto discografico di Maia Hirasawa? Anzi, più che memorabile… La critica si arrovella ancora per trovare somiglianze e riferimenti nel pop variopinto, eclettico, ora profondo, ora giocoso, racchiuso nello scrigno di “Though i’m just me”. Ma signori, la risposta sta nel titolo dell’album! Che esordio…E pensare che basterebbe da sola la ballata “Gothenburg”, indimenticabile…!


5. Billie The Vision And The Dancers - Where The Ocean Meets My Hand (Love Will Pay The Bills)

Terza prova discografica per la bizzarra comune di Malmö, guidata dall’eccentrico cantante Lars Lindquist. Il mondo secondo Billie The Vision non cambia prospettiva: tutto può diventare una festa, se sappiamo vivere con ironia e leggerezza. Musica e testi allora sono ormai un marchio di fabbrica subito riconoscibile: folk inteso come musica popolare dalla potente urgenza comunicativa, capace di divertire e commuovere, e soprattutto… ballare! Se non ci fossero bisognerebbe inventarli.


6. Celestial - Dream on (Skipping Stones)

Andreas Hagman, titolare del progetto Celestial, è un ragazzo di provincia (Örebro, nord della Svezia) innamorato delle chitarre jangly e delle melodie catchy e delicate della Sarah Records. Dopo un paio di ep interessanti, arriva l’album di debutto “Dream on”, gentile sarabanda di fragili canzoni uptempo (due minuti e mezzo la durata media), handclapping contagiosi, eterei cori femminili, intrecci di chitarra byrdsiani, memorie di Field Mice, Heavenly e La’s, ma anche dei primi Mojave3.


7. Pelle Carlberg - In A Nutshell (Labrador)

Padre di famiglia e abile artigiano di canzoni pop, il quasi quarantenne Pelle Carlberg offre con la sua seconda prova solista un’altra dozzina di piccoli luminosi (auto)ritratti di vita quotidiana, briosi, spontanei e coinvolgenti nella loro struttura aurea strofa-ritornello, culminanti nell’ironico inno di tutti i songwriter falliti: “Hitsong, they say i need a hitsong, hitsong, i’ve never had a hitsong…”. Non arrenderti, Pelle, siamo con te!


8. Cats on Fire - The Province Complains (Marsh Marigold)

Direttamente dalla sonnacchiosa provincia finlandese arriva il guitar-pop più frizzante e intelligente dell’anno: i Cats On Fire partono dalla lezione degli Smiths, fanno tesoro di vent’anni di indie-rock inglese e rileggono tutto secondo la propria sensibilità melodica sottilmente inquieta e spietatamente catchy. Un esordio da applausi... e noi ci siamo accorti che esiste anche l'indie-pop finnico.


9. Susanne Sundfør - Susanne Sundfør (Your Favorite Music)

Fossimo nel 1970 o giù di lì, qualche major Americana avrebbe prelevato Susanne Sundfor dalla sua Bergen e l’avrebbe piazzata nel Brill Building, davanti ad un pianoforte, a comporre potenziali hit, nella stanza di fianco a Carole King. Ma chi crederebbe poi che canzoni eleganti, delicate e complesse come “Walls” o “Gravity” sono uscite dalle dita e dalla voce di una ragazza norvegese di 21 anni…?


10. Winter took his life - You Know What It’s Like To Be Alone And Shut Down (Bless The Press)

Le atmosfere fragili, malinconiche e sognanti dei Red House Painters tradotte secondo una sensibilità tutta nordica dalla ventitreenne di Goteborg Susanna Brandin. Undici canzoni invernali ammantate di neve e sottile tristezza, acustiche e suggestive: in fondo alla notte, però, si nasconde sempre un sole tiepido e (quasi) sorridente. Un album magico.


11. Sambassadeur - Migration (Labrador)

Atteso seguito di un esordio sorprendente datato 2005, la “migreazione” dei Sambassadeur porta verso la definizione di uno stile sempre più sicuro, scintillante e riconoscibile, dove pop prima di tutto è sensibilità, buon gusto, sintesi, capacità di guardare intelligentemente indietro (dai ’60 agli ’80) per ripartire velocemente in avanti. Sono solo “Subtle changes”, come recita la canzone più radiofonica del lotto, ma pesano…


12. Club 8 - The Boy Who Couldn’t Stop Dreaming (Labrador)

Tra le molte “coppie” della musica scandinava, Johan Angergård e Karolina Komstedt sono quelli che maggiormente rispecchiano il ritratto ideale del pop nordico: belli, biondi, apparentemente sempre giovani, aristocratici come i sovrani di quei Paesi, cioè in un modo naturale, spontaneamente raffinato, quasi timido. Da un decennio la loro musica è esattamente così: al di sopra delle mode, alla ricerca della perfetta forma pop, armoniosa e nobile nella sua essenzialità strumentale e vocale, nobilmente gentile ed equilibrata, nè triste nè allegra, pura estetica del bello.



13 dicembre 2007

Christian Kjellvander - I Saw Her Frome Here I Saw Here From Her


Fra i "cowboys in Scandinavia" celebrati un paio d'anni fa da una bella e fortunata compilation della Fargo, dedicata alla fiorente scena folk-rock nordica, allo svedese Christian Kjellvander spettava l'onore di aprire le danze. Onore conquistato sul campo, vista la lunga carriera con la band alt-country Loosegoats prima, e da solista poi. Se prendete uno qualsiasi dei lavori di Kjellvander, ne ricaverete l'idea di un singer/songwriter in bianco e nero, perennemente avvolto da una nuvola di fumo e assorto nei suoi pensieri: un Will Oldham con il carattere schivo di un Nick Drake e la più bella e fascinosa voce da hobo dalla nostra parte dell'Atlantico.
I saw her from here I saw here from her, l'album appena uscito per Startracks, è il quarto firmato da Christian con il suo nome, e sembra decisamente il migliore, se non altro per la capacità di sintetizzare in dieci pezzi il suo stile personale e suggestivo, lavorando con grande perizia sulla voce e gli arrangiamenti elettro-acustici delle canzoni. Il risultato è un album sapientemente costruito su un'alternanza di quiete (il banjo di When the mourning comes, ) e forza (la ritmica pervasiva del singolo Two souls), romanticismo inquieto (il crescendo di cori, wurlitzer e fiati di Son of the coast, l'oscuro duetto While the birches) e tradizione alt-country fatta di paesaggi desertici e notturni (diciamo dalle parti di Giant Sands, ma anche Spain) e di lunghe highways che Kjellvander ha percorso su e giù per gli States in diversi tour (non a caso il pezzo più radiofonico del lotto si chiama The road).
Non scrive certo canzoni pop, Christian Kjellvander, ma nella scena "americana" di Svezia e dintorni ha sicuramente il blasone del caposcuola, ed una personalità forte e riconoscibile che può mettere, se non in ombra, almeno in soggezione gente più giovane come Bjorn Kleinhenz, Thomas Jonsson, Kristofer Astrom, Lancaster Orchestra, Perishers, ecc.. Per gli amanti del genere, un artista da tenere sempre presente...

Two souls


When the mourning comes (live)

10 dicembre 2007

Fireflies - Goodnight Stars Goodnight Moon


Ricordo come se fosse ieri la prima volta che ho ascoltato i Belle & Sebastian. Era il 1996, If your feeling sinister si stava facendo conoscere nel circuito indie britannico, e Giancarlo Susanna a Rai Stereo Notte passò Seeing other people dopo averne parlato affatto bene. Rivelazione. Il giorno dopo scovai il disco (di importazione, a più di 40 mila lire) e da allora non ho smesso di suonarlo a intervalli regolari.
Ora, so poco o nulla di questo ragazzo americano che dice di chiamarsi Lisle e ha battezzato Fireflies il suo alter-ego musicale, però mi immagino che anche a lui sia successo più o meno lo stesso con la band di Struart Murdoch(benchè suppongo sia parecchio più giovane di me).
Ho appena deciso che Goodnight stars Goodnight moon sarà il mio disco di Natale, e non solo perchè la traccia 5 si chiama X-Mas song (ascoltatela o scaricatela gratis qui): sentire il disco d'esordio di Fireflies è davvero come guardare scendere lentamente la neve rimanendo al calduccio dietro le finestre in una casetta del New England (o forse della Scozia, o della periferia di Stoccolma...) mentre il fuoco scoppietta nel camino. Dato che a nessuno di noi capiterà mai un'esperienza di questo genere (se a voi è capitato vi invidio), non resta che immaginarlo, mettendo nel lettore il disco di Lisle, rigorosamente a basso volume.
Goodnight...
è in definitiva la versione invernale dei primaverili Sambassadeur, quelli del primo disco soprattutto, e a tratti viene da pensare a come sarebbero gli undici fragili fiori di ghiaccio del disco se a cantarli fosse la voce di Anna Persson (risposta: sarebbe un disco dei Sambassadeur, forse migliore di Migration, di certo meno ambizioso).
Devono per forza avere pensato la stessa cosa in Svezia, se si sono mosse contemporaneamente due etichette di culto come Lavender e Music Is My Girlfriend per scritturare Fireflies: cittadinanza onoraria del Regno concessa senza averci mai messo piede e passaporto vidimato dal ministero internazionale del twee-pop. Un trattamento che non viene concesso a tutti: ci vuole come minimo una sensibilità particolare, la stessa che può vantare un tipo come Ant (l'inglese ex Hefner di Footprints through the snow, non a caso un altro gioiello acustico per i mesi freddi), a cui Lisle assomiglia per molti versi.
D'altra parte a me sarebbe bastata l'infilata iniziale di canzoni timide, leggere e sognanti come I was a brontosaurus, We heard the fireworks, The pull e Summer has gone
(tutte placidi jingle jangle, acustica e campanelli) per mettere in mano al ragazzo la penna con un contratto davanti. Insomma, Fireflies è uno a cui si vuole bene subito, ed è un piccolo miracolo se dalla sua cameretta di Chicago, con la metropolitana che sferraglia davanti alla finestra, è arrivato alle nostre sovraccariche orecchie europee. Un miracolo un po' svedese. Un miracolo di Natale...

P.S.: è appena uscito anche un ep intitolato (ovviamente) Snowstorm; lo sentite in parte sul myspace di Fireflies.

Fireflies - I was a brontosaurus
Fireflies - I heard the fireworks


09 dicembre 2007

The Electric Pop Group - The Electric Pop Group


Anni fa (parecchi anni fa) andava di moda definire "pop da cameretta" un certo modo di scrivere canzoni morbide e introverse. Si voleva dare l'idea di band moderatamente tristi, ventenni figli di famiglie borghesi, chiusi in casa a intrecciare jingle jangle di chitarra e tastierine casio con testi malinconicamente sentimentali, del genere "c'è il sole fuori ma quando ti vedo passare davanti a me senza che tu te ne accorga nel mio cuore nevica". Verso che potrebbe parafrasare una qualsiasi canzone di gruppi dai nomi ironicamente estivi come Brighter e Another Sunny Day, oppure dei Sea Urchins e degli East River Pipe, tutta gente passata per Bristol nei primi '90 e scomparsa poco dopo. Poi sono arrivati i Belle & Sebastian, e il "pop da cameretta" ha rischiato di diventare mainstream: peccato che l'ironia intrinseca nei ragazzi di Glasgow e la loro attitudine onnivora e retrospettiva rendesse offensiva una etichetta di genere già logora.
Sarà per il clima, sarà per il carattere, ma il "pop da cameretta" è germogliato in modo spontaneo in Svezia, in un sottobosco di gruppi come Poprace, Starlet, Aerospace, Ronderlin...
The Electric Pop Group, ultimi della serie, interpretano la tradizione con una ortodossia totale: i quattro di Goteborg, che erano all'asilo quando la Sarah Records pubblicava i suoi mitici vinili, pensano e suonano come avrebbero pensato e suonato i Brighter intorno al 1991. Traete voi le conseguenze: se siete degli inguaribili nostalgici, siete stati degli adolescenti timidi, non vi danno fastidio liriche come "perchè non puoi essere tu quella che amo?" o "mi hai cambiato la vita quando mi hai sorriso, ora sono tuo per l'eternità" (cito) e soprattutto vi piace il guitar-pop più delicato, jangly e melodico, The Electric Pop Group è senza dubbio la band che fa per voi. L'album d'esordio (autoprodotto, lo distribuisce Fraction Discs) è uscito negli ultimi giorni del 2006, e se ne parliamo solo ora, dopo un anno esatto di stagionatura, è perchè la californiana Matinèe, patria internazionale del twee-pop, ha recentemente messo i Nostri sotto contratto e si prepara a pubblicare il loro "vero" esordio davanti ad una platea mondiale... di ex adolescenti timidi e inguaribili nostalgici. Segnatevi il nome nel frattempo: ne risetiremo parlare molto presto!

The Electric Pop Group - Popgirly
The Electric Pop Group - Why can't you?
The Electric Pop Group - She's playing with your heart
The Electric Pop Group - Walk away

06 dicembre 2007

Cats On Fire - The Province Complains


Ho già nominato i finlandesi Cats On Fire qualche post fa, parlando dei connazionali Ultrasport. Inconsciamente (?) davo per scontato di avere già ampiamente incensato su questo blog il loro album di debutto The province complains, uscito per la tedesca Marsh Marigold la scorsa primavera. Mea culpa, perché in realtà le parole spese finora (dal sottoscritto) per la band di Turku sono inversamente proporzionali al valore del loro disco: pochissime le prime, grande il secondo. Va bene, arrivo in ritardo, e nel frattempo avrete già letto trenta recensioni entusiastiche dei Cats On Fire sulla rete (ce ne sono ovunque) o sulle riviste musicali (The province... non è passato inosservato), quindi probabilmente sapete già perfettamente di cosa stiamo parlando… Il fatto è che non volevo inserire la band finlandese nel ristretto gruppo dei dischi dell'anno senza un po' di necessari e preliminari convenevoli.
Saprete allora che il guitar-pop dei Nostri non inventa nulla di nuovo, ma bisogna dire che non è nemmeno quella reincarnazione degli Smiths (o meglio, …o peggio, del Morrissey solista) di cui si dice in giro. Sarebbe un errore ridurre il talento di Mattias Björkas e compagni ad un’etichetta facile facile: in realtà nelle corde (dico letteralmente) dei Cats On Fire c’è un’intera stagione di indie rock britannico, che nella band di The queen is dead ha vissuto forse l’episodio più influente, ma di certo non l’unico. Basta un ascolto veloce per scorgere nelle dodici canzoni di The province complains scintille dei Belle & Sebastian più vivaci e chitarrosi (in questo senso The smell of an artist è impressionante, e mette una certa nostalgia per i tempi migliori di Stuart Murdoch), l’irrequietezza dell’ultima ondata di band d’Albione (Arctic Monkeys, Bloc Party, ecc.), l’immediatezza catchy dei maestri scozzesi (Bmx Bandits, Teenage Fanclub, Spearmint, e così via), il tocco jangly e il gusto melodico di Field Mice, Felt, Lloyd Cole e della generazione cresciuta in mezzo ai vinili della Sarah e della Creation (e qui bastano le prime memorabili note di I am the white mantled king, che aprono alla grande l’album). Come se nei cromosomi di questi quattro ragazzi finlandesi, chissà come, fossero finiti – rimescolati per bene – i geni di una parte significativa della musica popolare inglese degli ultimi venticinque anni. Fateli sentire per la prima volta a chiunque senza offrire coordinate geografiche precise: vi diranno che senz’altro vengono da qualche sobborgo di Manchester e poi correranno tutti in cucina a sfogliare NME per esaminare in modo febbrile la pagina dei gruppi inglesi emergenti.
Ma, al di là delle etichette, dell'anagrafe e dei cataloghi, è evidente come i Cats on Fire abbiano una marcia in più rispetto alla gran parte dei loro colleghi della scena scandinava, dove gruppi come Starlet, Ronderlin, Leopold, in parte Shout Out Louds, giovani di belle speranze cresciuti a pane e Smiths, fanno cose ottime e interessanti, ma senza il sottile e intelligente eclettismo dei Nostri. Tanto che, se dovessi scegliere uno o due brani dell'album che spicchino sugli altri, mi sembrerebbe di fare un torto al talento e al lavoro di sfumature elettro-acustiche e poetiche di chi li ha scritti e suonati tutti e dodici (ascoltatene 4 qui).

Conevenevoli assolti: uno dei dischi migliori del 2007, e viva i lamenti della provincia...


Draw in the reins

03 dicembre 2007

Elias and The Wizzkids - A Little Mess


Abbiamo già parlato (qui) di Elias Åkesson, a.k.a. Elias and The Wizzkids in occasione dell’uscita dell’ep The dance sullo scorcio dell’estate scorsa. Ne riparliamo molto volentieri adesso, con l’album di debutto A little mess nelle orecchie da qualche giorno. Sulle doti di singer & songwriter del giovane Elias, in Svezia sono in molti a mettere la mano sul fuoco, specialmente chi ha assistito ad una esibizione dal vivo del suo gruppo, così A little mess arriva nel momento giusto per misurare il talento del ragazzo di Stoccolma sul terreno classico delle dodici canzoni.

La ricetta folk-pop di Åkesson – chitarra acustica a tracolla e cantato da Elvis Costello imberbe o, se preferite, da Håkan Hellström intonato – non è dissimile, anche nei testi colorati e (auto)ironici, da quella dei connazionali Billie The Vision And The Dancers (ma in qualche modo più ambiziosa ed essenziale, svuotata di quegli stilemi folk in cui la band di Lars Lindqvist è imbattibile) o dalla verve picaresca degli americani Decemberists. Il risultato è un disco forse un po’ altalenante, in cui a canzoni di buon livello, ma non del tutto distinguibili l’una dall’altra, si alternano episodi davvero irresistibili come il nuovo singolo Young and hairy, la già conosciuta (e ballata) The dance (praticamente un manifesto programmatico e autobiografico sul potere terapeutico della musica pop), il dolce arpeggiare della ninna nanna Good night, o la più complessa, matura e bluesy Fourth of July, non a caso posta nel cuore pulsante dell’album. Niente male per un debutto comunque, specialmente per un artista dall'adorabile faccia da schiaffi, che fa del divertimento il suo vero obiettivo musicale...
Date un'occhiata al simpatico video di Young and Hairy qua sotto e guardate se non è vero...!


Young and hairy