"Dalla musica non pretendo altro che sia bella da ascoltare", scriveva Nick Hornby in un celebre saggio in cui enumerava le sue canzoni preferite. Frase che può sembrare superficiale e semplicistica, ma che mi pare definisca il pop in maniera perfetta.
La fine di un altro anno di musica pop - per me scandinava, soprattutto, come sta scritto sotto il titolo di questo blog - è tempo di riflessioni e di giochi. Riflessioni sullo "stato dell'unione" (insomma, "dove va il pop oggi?" o qualcosa del genere) e giochi fatti di classifiche delle migliori uscite, o dei dischi più ascoltati: in ogni caso il trionfo della soggettività. Che poi, se il pop non fosse proprio il concetto più soggettivo sulla piazza musicale odierna, non ci sarebbe gran chè da divertirtsi...
Nel compilare la Top 12 dei dischi pop scandinavi usciti nel 2007 ho deciso di tenere l'affermazione di Hornby come immediato comandamento: ho scelto i dodici album (dodici come i mesi) "più belli da ascoltare". Per il sottoscritto ovviamente, il che dovrebbe allontanare ogni tentazione di trovare valori oggettivi che giustifichino l'assenza di alcuni lavori comunque eccellenti (sì, mi riferisco a Jens Lekman, e non mi è caduta una tegola in testa!), o l'assegnazione della palma a dischi che a molti sono parsi come minimo insignificanti.
Questo per quanto riguarda i giochi.
Per quanto riguarda le riflessioni invece, mi pare il momento giusto per spendere qualche parola sul pop scandinavo/svedese del 2007. Nell'anno solare justanotherpopsong ha segnalato una quarantina di band/artisti provenienti dalle lande nordiche che tanto amiamo. Non sono che una parte di quelli ascoltati (con maggiore o minore attenzione) negli ultimi dodici mesi: il fatto è che la scena indie-pop e indie-rock scandinava, e svedese in particolare, è un mare (quasi) sterminato di proposte diverse, in gran parte valide. Solo in Svezia, per darvi un'idea (che forse avete già) ci sono almeno venticinque etichette indipendenti attive sul mercato, senza contare il fatto che anche le major partecipano al discorso alternative, e che molti artisti svedesi incidono per labels inglesi, americane, tedesche... Provate a fare una ricerca su myspace dei gruppi svedesi che si catalogano con la parola "pop": ne troverete migliaia. Molti dilettanti assoluti che copiano la musica di qualcun'altro più famoso di loro. Altrettanti dotati di indiscutibile talento e originalità. Quasi tutti perfettamente anglofoni, il che spiega un'altra bella parte della questione...
Esiste una "scena pop svedese"? Sì. E gli svedesi sembrano esserne serenamente consapevoli: la meritocrazia scandinava fa sì che a tantissimi di quei musicisti sconosciuti sia offerta la possibilità di pubblicare la loro musica con un'etichetta avviata, il che comporta visibilità in patria e - grazie alla rete - non solo in patria. I testi in inglese, l'internazionalità insita nel verbo pop, nonchè la disponibilità (pure economica, certo) a trasferirsi temporaneamente, strumenti e bagagli, in Europa o meglio ancora negli States per farsi conoscere e conoscere cose nuove, sono fattori aggiuntivi che danno a buona parte dei gruppi scandinavi la proverbiale "marcia in più" rispetto a tanti colleghi europei, inglesi compresi.
Il 2007 non ha portato sconvolgimenti nell'indie pop scandinavo. Chi si aspettava l'"esplosione" mainstream a livello internazionale di qualche artista nordico è stato deluso: molti nomi si sono fatti conoscere sui magazine britannici e americani, ma ancora nessun erede dei Cardigans e dei Kings of Convenience in vista. Quelli che di recente "ce l'hanno fatta", e parlo di I'm from Barcelona e soprattutto Peter Bjorn & John, non hanno pubblicato quest'anno, e per quanto riguarda il citato Lekman, Shout Out Louds e Josè Gonzalez si può parlare di una conferma che attira comunque più critica che pubblico. Di gruppi più punk/rock oriented come Mando Diao e The Hives qui non ci occupiamo, ma i loro dischi li trovate facilmente anche qui in Italia. Quelli di Lacrosse, Sambassadeur, Maia Hirasawa, Susanne Sundfor e Billie The Vision no, non li trovate, e l'impressione è che anche in patria una larga fetta di artisti indie-pop sbarchi il lunario con lavori ben lontani dalla musica: consoliamoci, tutto il mondo è paese!
Tante altre cose si potrebbero dire (per esempio, curiosità, che in almeno 9 sui 12 album che citerò tra un attimo la voce dominante è femminile: è stato l'anno delle donne?) ma mi fermo qui per non annoiarvi.
Buona fine 2007...
(SCANDINAVIAN) ALBUMS OF THE YEAR 2007 by (just another) pop song :
1. Lacrosse - This New Year Will Be For You And Me (Tapete)
Volontariamente o no, nella loro cantina stoccolmese i sei Lacrosse hanno scritto un manifesto sul potere terapeutico della musica pop. Ogni malinconia è bandita dai 45 minuti di “This new year will be for you and me”: qui ci sono 12 canzoni di marca power-pop smodatamente ottimiste, caleidoscopiche, energiche, dove tutto pare raddoppiato e triplicato ad arte (dalle voci alle ritmiche, dalle chitarre ai fiati) e chi ascolta è invitato ad alzare al massimo il volume e saltare sul tavolo. Mai sentito un gruppo divertirsi tanto nel fare musica, nemmeno i celebratissimi (e, a mio parere, meno dotati) I’m from Barcelona, e se c’è una leggera tendenza alla ripetizione di schemi e melodie nell’album dei debutto dei Lacrosse, beh, in fondo chi se ne importa: divertiamoci e basta!
2. The Moonbabies - At The Ballroom (Startracks)
Ola Frick e Karina Johanson, passato da shoegazer fuori tempo massimo e presente da reucci della scena alternativa svedese, ci hanno messo tre anni a confezionare “At the ballroom”: album ambizioso che si mette in coda dietro a pezzi grossi dell’indie-rock mondiale come Death Cab For Cutie e Stars, rischiando a tratti di superare i maestri. At the ballroom è un disco sapientemente eclettico ma non dispersivo, fatto di magniloquenti e raffinati crescendo orchestrali, melodie catchy e qualche volta volutamente sopra le righe, incursioni da indie-dancefloor, romanticismo spaziale, zucchero ed elettricità, dove l’elemento femminile e maschile della musica si mescolano e si scambiano i ruoli.
3. Anna Järvinen - Jag Fick Feeling (Hapna)
Finlandese d’origine, svedese d’adozione, carriera da cantante alt-country negli onesti Granada, Anna Järvinen ha sorpreso tutti con un debutto solista di classe sopraffina, emozionante e raffinatissimo nella sua apparente essenzialità, dove il cantautorato femminile acustico di scuola americana è solo un punto di partenza per un viaggio assolutamente personale e originale sia nello stile che nell’ispirazione (tutti i testi sono in svedese!). Dieci canzoni memorabili, leggiadre, eleganti, che sfuggono a facili etichette di genere, sulle quali spicca l’indimenticabile, commovente, aerea “Kom Hem” , capolavoro assoluto dell’album.
4. Maia Hirasawa - Though i’m just me (Razzia)
Multistrumentista, grande personalità, voce potente e versatile, amicizie e collaborazioni nel gotha del songwriting svedese (vedi Hello Saferide), un nome mezzo giapponese che resta in mente. Poteva non essere memorabile il debutto discografico di Maia Hirasawa? Anzi, più che memorabile… La critica si arrovella ancora per trovare somiglianze e riferimenti nel pop variopinto, eclettico, ora profondo, ora giocoso, racchiuso nello scrigno di “Though i’m just me”. Ma signori, la risposta sta nel titolo dell’album! Che esordio…E pensare che basterebbe da sola la ballata “Gothenburg”, indimenticabile…!
5. Billie The Vision And The Dancers - Where The Ocean Meets My Hand (Love Will Pay The Bills)
Terza prova discografica per la bizzarra comune di Malmö, guidata dall’eccentrico cantante Lars Lindquist. Il mondo secondo Billie The Vision non cambia prospettiva: tutto può diventare una festa, se sappiamo vivere con ironia e leggerezza. Musica e testi allora sono ormai un marchio di fabbrica subito riconoscibile: folk inteso come musica popolare dalla potente urgenza comunicativa, capace di divertire e commuovere, e soprattutto… ballare! Se non ci fossero bisognerebbe inventarli.
6. Celestial - Dream on (Skipping Stones)
Andreas Hagman, titolare del progetto Celestial, è un ragazzo di provincia (Örebro, nord della Svezia) innamorato delle chitarre jangly e delle melodie catchy e delicate della Sarah Records. Dopo un paio di ep interessanti, arriva l’album di debutto “Dream on”, gentile sarabanda di fragili canzoni uptempo (due minuti e mezzo la durata media), handclapping contagiosi, eterei cori femminili, intrecci di chitarra byrdsiani, memorie di Field Mice, Heavenly e La’s, ma anche dei primi Mojave3.
7. Pelle Carlberg - In A Nutshell (
Padre di famiglia e abile artigiano di canzoni pop, il quasi quarantenne Pelle Carlberg offre con la sua seconda prova solista un’altra dozzina di piccoli luminosi (auto)ritratti di vita quotidiana, briosi, spontanei e coinvolgenti nella loro struttura aurea strofa-ritornello, culminanti nell’ironico inno di tutti i songwriter falliti: “Hitsong, they say i need a hitsong, hitsong, i’ve never had a hitsong…”. Non arrenderti, Pelle, siamo con te!
8. Cats on Fire - The Province Complains (Marsh Marigold)
Direttamente dalla sonnacchiosa provincia finlandese arriva il guitar-pop più frizzante e intelligente dell’anno: i Cats On Fire partono dalla lezione degli Smiths, fanno tesoro di vent’anni di indie-rock inglese e rileggono tutto secondo la propria sensibilità melodica sottilmente inquieta e spietatamente catchy. Un esordio da applausi... e noi ci siamo accorti che esiste anche l'indie-pop finnico.
9. Susanne Sundfør - Susanne Sundfør (Your Favorite Music)
Fossimo nel 1970 o giù di lì, qualche major Americana avrebbe prelevato Susanne Sundfor dalla sua Bergen e l’avrebbe piazzata nel Brill Building, davanti ad un pianoforte, a comporre potenziali hit, nella stanza di fianco a Carole King. Ma chi crederebbe poi che canzoni eleganti, delicate e complesse come “Walls” o “Gravity” sono uscite dalle dita e dalla voce di una ragazza norvegese di 21 anni…?
10. Winter took his life - You Know What It’s Like To Be Alone And Shut Down (Bless The Press)
Le atmosfere fragili, malinconiche e sognanti dei Red House Painters tradotte secondo una sensibilità tutta nordica dalla ventitreenne di
11. Sambassadeur - Migration (Labrador)
Atteso seguito di un esordio sorprendente datato 2005, la “migreazione” dei Sambassadeur porta verso la definizione di uno stile sempre più sicuro, scintillante e riconoscibile, dove pop prima di tutto è sensibilità, buon gusto, sintesi, capacità di guardare intelligentemente indietro (dai ’60 agli ’80) per ripartire velocemente in avanti. Sono solo “Subtle changes”, come recita la canzone più radiofonica del lotto, ma pesano…
12. Club 8 - The Boy Who Couldn’t Stop Dreaming (
Tra le molte “coppie” della musica scandinava, Johan Angergård e Karolina Komstedt sono quelli che maggiormente rispecchiano il ritratto ideale del pop nordico: belli, biondi, apparentemente sempre giovani, aristocratici come i sovrani di quei Paesi, cioè in un modo naturale, spontaneamente raffinato, quasi timido. Da un decennio la loro musica è esattamente così: al di sopra delle mode, alla ricerca della perfetta forma pop, armoniosa e nobile nella sua essenzialità strumentale e vocale, nobilmente gentile ed equilibrata, nè triste nè allegra, pura estetica del bello.




