08 novembre 2007

Thomas Denver Jonsson / Abalone Dots / Lars Winnerbäck

Tre segnalazioni di ambito country-folk-rock svedese per questo post di metà settimana.
Cominciamo con Thomas Denver Jonsson (di cui abbiamo già parlato molto bene qui), che ha appena pubblicato il suo terzo album, The lake acts like an ocean, per la minuscola Kite Recordings della natia Karlstad. Rispetto ai due lavori precedenti Thomas aggiunge una dimensione più rock ed inquieta (decisamente debitrice di Neil Young) alla sua consueta vena fragile, notturna ed essenziale, che emerge comunque nella maggior parte delle 14 canzoni del disco. L'acustica è sempre al centro, ma le girano attorno con grazia sia pianoforte, archi che una strumentazione elettrica capace di aggiungere note di blues tagliente all'umore perennemente malinconico di Jonsson. Disco non facile, che si inserisce in un filone svedese-americano sempre più sfaccettato, da Kristofer Astrom a Josè Gonzalez, da Cristian Kjellvander a Bjorn Kleinhenz, passando per le interpretazioni più "personali" di Britta Persson o Boy Omega...

Filone nel quale le Abalone Dots si trovano perfettamente a loro agio, forti di un contratto major (Sony), del successo da classifica in patria, dei riconoscimenti negli States, di un'abilità tecnica indiscutibile nonostante l'età giovanissima, dell'aspetto da brave (e belle) ragazze che racchiude un potenziale commerciale inaspettato per un genere di nicchia (almeno in Europa). Le quattro ragazze di Västervik suonano un genere che qualcuno ha definito, con buona intuizione, "softgrass", ovvero un ammodernamento (o meglio ammorbidimento pop) della tradizione centenaria del folk americano per chitarra acustica, banjo, contrabbasso, fiddle (avete presente la colonna sonora del film "Fratello dove sei?"). Le Abalone Dots se la cavano alla grande con gli strumenti, cantano tutte e quattro con buon talento e scrivono con naturalezza le loro canzoni bluegrass, neanche fossero cresciute in un ranch del Tennessee. From a safer distance non contiene capolavori, ma se non vi dispiace il lato più raffinato del country, folk, americana o come volete chiamarlo (più Gillian Welch / Hem che Dolly Parton), qui ci sono alcune cose davvero notevoli. Gli Oh Laura del recente successo Release me (ne abbiamo parlato qui), davanti all'eleganza rurale di canzoni come Slavonian land, Alive but not amused e Long lonley road scompaiono letteralmente. Per la cronaca, gli abalone dots sono i puntini bianchi sui tasti della chitarra...

Terza segnalazione per un artista svedese di culto, Lars Winnerbäck. Va bene, Lars usa soltanto la lingua madre, e - il discorso vale anche per il già citato e celebrato Håkan Hellström - a noi non-svedesi sembra sempre di perderci una parte del discorso. Sarebbe un peccato però non concedere un po' di attenzione a un disco come il freschissimo di uscita Daugava. La carriera del rosso stoccolmese, che oggi ha 32 anni, è talmente ampia (8 album con questo) che meriterebbe un paio di monografie (oppure un ascolto attento della raccolta Efter nattens bränder uscito l'anno scorso), ma può essere facilmente avvicinata al lavoro folk-rock cantautorale, impegnato e abrasivo del francese Miossec (bretone per la precisione, lui ci tiene). In Daugava Lars riscopre le radici celtiche dei suoi racconti folk, e mette la sua voce scura e profonda (e quella sensuale della bizzarra cantautrice Miss Li) al servizio di 12 canzoni concepite e registrate in un Irlanda infestata dai fantasmi ubriachi dei Pogues. Il risultato è un disco trascinante fatto di gighe e ballate dal tono però assolutamente personale, dove la strumentazione tradizionale è utilizzata da Winnerbäck in modo colto e intelligente, non da turista svedese a Dublino, ma da autore capace di indagarne le sfumature ed usarle con misura per dare un colore particolare alle proprie composizioni. Consigliato vivamente (e non solo ai fan dei Pogues): è uno dei migliori dischi svedesi del 2007...

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