01 novembre 2007

Sambassadeur - Migration


E così il 28 ottobre è uscito per Labrador il nuovo dei Sambassadeur: titolo interessante, forse programmatico (Migration), copertina scoutistica quanto meno discutibile (specialmente se si confronta con l’elegante essenzialità del packaging del disco d’esordio), grande fiducia e impiego di forze da parte dell'etichetta alternativa numero 1 in Svezia, come a dire al mondo dell'indie-pop "siete davanti al disco svedese dell'anno".

Migration in effetti è uno di quei dischi che si aspettano a lungo, si ipotizzano ancor prima di sentire una nota, si scartano con una certa emozione e si ascoltano chiudendo tutto di fuori. Una volta due volte, tre volte. Uno di quei dischi che rischia di deluderti tanto hai amato il suo predecessore. Un disco pericoloso, senza dubbio.
Ammetto subito che ho fatto un errore grosso: prima di inaugurarlo ufficialmente ho ripescato Sambassadeur del 2005, giusto per preparare il terreno e farmi venire l’acquolina in bocca. Errore imperdonabile, perché ho accostato subito senza pietà un disco cui sono affettivamente legato (e che sopravvaluto consciamente e inconsciamente) ad uno che dovevo ancora scoprire per 8/9 (escludendo il singolo Subtle Changes).
Risultato: al trentesimo secondo di The park il primo ascolto già virava verso la delusione. Ingenuità, perché l’intreccio acustico assassino alla Here comes the sun è materia sopraffina, ed il ritmo zompettante da carola natalizia impazzita è adorabile. Un inizio come si deve: per nulla spiazzante, sereno, allegro: un gioco barocco.
Subtle Changes
poi scorre via veloce e colorata come una giornata d’estate al mare, con le sue soluzioni poppettare quasi esagerate fra archi, sinth e sassofono finale, e la voce di Anna Persson è calma ed elegante come qualsiasi italiano si immagina debba essere la voce di una ragazza svedese, affascinante e al contempo distante duemila miglia.
That town
spinge sull’acceleratore, pare subito scivolare su un ritmo franto di nacchere pescate chissà dove (a Goteborg...), e se ne va con le sue note sintetiche di euro-dance anni Novanta e il suo coro severo. Impenetrabile.Falling in love è la cover di questo turno: prima Gainsbourg, ora Dennis Wilson per intercessione dello shoegazing dei Lush. Il ritmo rallenta, avanzi la malinconia. La voce di Anna si fa più sottile e sofferta, e così la chitarra di Joachim Läckberg. La melodia è trattenuta, solenne, oscura: si cammina in un territorio d’ombra.
Migration
allora è il raggio di sole che emerge dalla nebbia: tutto si fa essenziale, quasi folk. L’acustica e la batteria danno il passo, un’altra acustica arpeggia piano, Anna canta (forse) d’amore, con grazia, sottovoce.
Final say
parla la lingua dei New Order, con un accento svedese appena percepibile (ricordate l’incalzare ipnotico di Kate, singolo di un anno fa circa?). Voce, sinth, chitarre elaboratissime corrono dietro alla ritmica da club, un elemento cresce aull’altro, poi si sfalda…
La voce di Daniel Pernbo compare per la prima volta in Someday we’re through, quadretto colorato a pastello, semplice semplice ma per nulla naif: un’eco di brezza elettrica, trine acustiche, la melodia crepuscolare à la Sambassadeur che abbiamo imparato a conoscere.
E poi le note appiccicose ed imprevedibili di Something to keep, caramella pop succulenta e difficile da scartare. E i titoli di coda che scorrono sulle ali leggere dello strumentale Calvi: lande incontaminate, forse un tramonto, nubi che corrono via lontano, un carillon di corde arpeggiate da mani senza età né appartenenza. Gioiello da ascoltare e riascoltare e riascoltare ancora.

Cosa dire allora della “migrazione” dei Sambassadeur? La sensazione è che, senza dubbio, i quattro ragazzi di Goteborg sappiano perfettamente dove stanno andando: hanno studiato per bene le cartine del pop degli ultimi trent’anni, con meticolosità nordica, e non solo quelle (dettagliatissime) della scena svedese, e ormai si muovono con grande attenzione e sicurezza lungo una rotta molto personale, quella che rende ormai facile ed immediato riconoscere lo “stile Sambassadeur” nella galassia indie-pop dei nostri giorni, magari persino in un gruppo che non è i Sambassadeur.
Meglio Migration o Sambassadeur? Rispondo: meglio non porsi la domanda. L’esordio era brillante in tutti i sensi, più immediato nello scintillio di canzoni indimenticabili come New moon o Between the lines, più leggero, leggiadro e confortevole. Il “difficile secondo album” fotografa lo stesso gruppo intento a fare un lavoro sostanzialmente diverso: sintetizzare cioè la summa del pop che ai Sambassadeur piace e che hanno metabolizzato con ampia consapevolezza (dai Beatles agli Acid House Kings, si potrebbe dire con un’espressione ad effetto, un po' reticente, ma non esagerata) in un congegno quanto più omogeneo e apparentemente essenziale, cristallino in superficie ma ricco, in profondità, della memoria di decine di gruppi, artisti, stili, canoni, scene musicali appartenenti ad almeno tre-quattro decenni. Lavoro arduo, certo, e che è ancora all’inizio. Se c’è una dote però che i Sambassadeur sembrano possedere in abbondanza, quella è sicuramente la pazienza, unita ad un’umiltà di fondo che può rendere facili e naturali anche le imprese più difficili.

Sambassadeur - Subtle Changes

Tutto il disco in streaming qui.

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