25 ottobre 2007

Penny Century - Between A Hundred Lies


Un paio di mesi fa mi hanno scritto dei ragazzi svedesi per chiedermi se avevo voglia di ascoltare il disco che avevano appena fatto uscire e di parlarne sul blog. Più del nome del gruppo, Penny Century, mi incuriosiva la sua provenienza, ovvero quella scena di Ostersund da cui sono partiti, tra gli altri, Vapnet, Sibiria e The Hartmans. E, secondo elemento a favore dei Nostri, Between a hundred lies usciva per la inglese Letterbox Records, responsabile di gruppi twee-pop molto interessanti come gli Arrogants, i California Snow Story e gli Amateurs.
Ascolto quindi il disco con attenzione, lo metto in quarantena, lo riascolto e ci medito su per un po' di tempo, incerto sul da farsi. Il dilemma era il seguente: i Penny Century mi stavano molto simpatici (diciamo che sono uno di quei gruppi di provincia che sognano l'"america", reale o metaforica che sia, e grazie al contratto con un'etichetta in vista sono lì lì per fare il balzo ma ancora non ne hanno le forze), ma Between a hundred lies mi era da subito sembrato il classico disco di cui non si sa se dire bene o male (e si finisce per non dire niente). Poi però mi è capitato di leggere, sul sito/blog della band, della sincera delusione per il fatto che alla fine nessuno se li sta filando, nè in Svezia nè altrove. Solo allora la bilancia ha pesato dalla loro parte, ed eccomi qui a parlare del debutto dei Penny Century.
Non dirò che la voce sempre sopra (o sotto!) le righe di Julia Hanberg è il difetto principale dell'album, nè che lo stile alla Mojave 3 del periodo Out of tune (con quel tocco di Belle and Sebastian che non manca quasi mai nelle produzioni indie) alla lunga tende a stancare, senza canzoni di forte personalità a rompere la sequenza. Dico invece che Between a hundred lies risente dei pregi e dei difetti di una produzione pop artigianale che ha l'ambizione di fare grandi cose con poca esperienza: per tutto il disco le buone intenzioni si sprecano, sotto la veste di arrangiamenti ricchi di fiati (soprattutto), archi, cori, banjo, violino e tutto l'armamentario del folk-rock alternativo, e le melodie dei Penny Century sono colorate e catchy quanto basta per passare quaranta minuti piacevoli. E dico che, se la Letterbox crede tanto in questo misconosciuto gruppo svedese, non vedo perchè (almeno un po') non dovremmo crederci anche noi: sono bravi ragazzi, si faranno. In bocca al lupo...

Penny Century - Nothing Burns Like Bridges

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