25 settembre 2007

The Perishers - Victorious


Le copertine degli album dei Perishers si assomigliano tutte: la band lontana dall'obbiettivo, o sfocata, o in controluce, un tramonto più o meno cupo, nuvole minacciose all'orizzonte. Il che equivale già ad un'efficace presentazione della musica di Ola Klüft e compagni: una via notturna e suggestiva al folk rock di scuola americana, canzoni di ampio respiro, da highways diritte e deserte, romantiche a loro modo, invischiate di una malinconia profonda ma affatto disperata. From Nothing To One e Let There Be Morning erano dischi belli e affascinanti, dove la voce risoluta e gentile di Ola si depositava come una piuma sulla forza placida degli strumenti (assoluitamente tradizionali, nessuna concessione a eccessi o innovazioni). Abbastanza per far pensare ai Perishers come proposta originale e tutta scandinava al mondo ampio e granitico dell'"americana": una strada personale, intima e cantautorale capace di toccare cuori in tutta Europa e oltreoceano (quella che vorrebbero percorrere i connazionali Kristofer Åström, Christian Kjellvander, gli Isolation Years, Bjorn Kleinhenz, Thomas Denver Johnsson, e tanti altri, a seguire la stella luminosa del talento di successo Josè Gonzales) grazie anche alla capillare distribuzione della tedesca Nettwerk.
Victorious giunge dopo due anni di silenzio e attesa, e chi scrive non nasconde una certa emozione e riverenza nei confronti della fama e della carriera della band svedese. Ragione ulteriore che spiega la delusione di fronte alle 12 canzoni di questo album. I Perishers proseguono sul loro sentiero lunare e delicato, ma è francamente difficile ritrovare fra i solchi di Victorious la suggestione intensa e crepuscolare di tante canzoni del loro recente passato. Tutto appare talmente immutato - copertina compresa - che la sensazione di ascoltare una raccolta di b-sides dei vecchi dischi è fortissima (anche al terzo / quarto ascolto), senza episodi che rialzino la testa oltre l'orizzonte consueto. Lo Springsteen gentile Ola Klüft spinge la sua voce dove sa, e gli altri Perishers fanno esercizio di misura e buon gusto, ma l'insieme appare scolastico, ripetitivo, vagamente noioso, a tratti persino pomposo e retorico. Un lungo dejà vu di 44 minuti. Nessuna sentenza definitiva sul gruppo, che resta uno dei riferimenti della scena indie rock svedese, ma volte troppa attesa lascia l'amaro in bocca... Peccato.

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