28 agosto 2007

Marit Bergman: una monografia


A 32 anni Liv Marit Bergman, popstar tascabile, piccola gloria della scena svedese, se n’è andata da Stoccolma e si è trasferita a New York City in cerca di fortuna. “Dio – ha scritto Marit nel suo diario – dammi almeno un successo internazionale che mi faccia guadagnare un po’ di grana, che possa restare qui per sempre…”. A 32 anni Dio non ha ancora concesso a Marit ciò che domandava (in compenso ha bussato alla porta di Peter Bjorn & John, ma questa è un’altra storia che vi racconterò più avanti), e tuttavia Marit se ne va a zonzo per la Grande Mela, assorbendo vibrazioni musicali e stuzzicando la sua ispirazione, in attesa che il Destino o chi per esso metta nel lettore un suo disco e decida di darlo in pasto alle masse.

Non conoscete Marit Bergman? Sbrigatevi, prima che Hollywood o la tivù via cavo saccheggino le sue canzoni propagandandola come “nuova promessa sconosciuta e promettente”, “provinciale sperduta nella capitale del mondo”, “folletto pop scandinavo” e quantaltro: “Oggi a TRL Live NYC, Marit Bergman!”. Marit chi!?

Procuratevi i tre dischi che la fanciulla ha prodotto con scedenza biennale, e misuratene il talento alla prova dei fatti.

3 AM Serenades è il debutto che potreste aspettarvi da una ragazza votata al pop con un recente passato da quasi punk. Ci sentite un’indole ancora poco addomesticata che si diverte a dare una veste melodica a canzoni marcatamente rock, il che non ha nulla a che fare – per fortuna – con le Avril a venire, e qualche grado di parentela con Liz Phair. Sweden meets Marit Bergman: la fanciulla ha i capelli corti, un sorriso rotondo che non convince del tutto, e ci scommettereste le barbe degli Abba che nasconde un paio di tatuaggi da maschiaccio sotto i vestiti da alternativa. Pronta per le charts che contano e i varietà della sera in tivù? Ovvio che sì, ma Marit nelle classifiche e nei programmi della tele ci entra dalla porta sul retro, con quel sorriso di prima (lo capite adesso, svedesi, questa vi sta un po’ prendendo per i fondelli, ma solo se pensate che la starlette locale Robyn sia meglio di Madonna e che le produzioni americane del semidio della consolle Max Martin gli meriterebbero il titolo di baronetto della corona). Bene, a Marit Bergman piace il rock americano, ma proprio quello che passa in radio, eh, e pare piuttosto incazzata con qualche moroso che le ha spezzato il cuore, come è giusto che sia. Professori, datele una sufficienza stiracchiata e toglietevi quel ghigno dalla faccia: se Marit finora ha pulito il pavimento nel negozio dei Roxette, non è che il primo passo per mettersi in attività da sola.

Baby dry your eye allora è l’esame di maturità di Marit, e lei lo sa: gli applausi nell’intro sono di incoraggiamento, e lei ricambia con il suo primo singolone di peso, quella Tomorrow is today che parla la stessa lingua del disco di debutto, ma a duecento all’ora e con una sicurezza da pilota navigata. Cos’è successo nel frattempo? Poco? Molto… Innanzitutto un lavoro di produzione che gioca al rialzo e farcisce ogni pezzo di gingilli pop: controvoci, fiati (sentite quelli di Can i keep him), pianoforte e quant’altro… Marit è cresciuta a pane e Cindy Lauper, e le piace che si senta. E quando comincia a cantare I will always be your soldier non c’è bisogno che l’esame di pop prosegua: voto massimo sia nelle conoscenze che nelle competenze, Marit ha studiato sodo e sa quello che sta facendo. Le rabbie del passato sono definitivamente alle spalle: da qui in avanti è tutta una festa, canzoni d’amore, ironia e fuochi d’artificio: Let’s just fall in love, c’è altro da aggiungere?

I think it’s a rainbow è la Marit di oggi: spiritosa, metropolitana e danzereccia fin dall’iniziale You can’t help me now, che sembra uscita da “Fame”, e dal ritornello chewingum di No party, ossimoro solo apparente quando la Nostra tenta di farci credere di non avere né amici né feste a cui andare. Ma in Eyes were blue (magnifico il video, fra l’altro), c’è tutta un’altra storia, piovosa e stralunata, di arpa, violini e theremin: da Marit adesso aspettatevi di tutto, zucchero filato e malinconie notturne, balli sui tavoli e ninnananne, Phil Spector e Joni Mitchell. Siete ospiti di un musical di Broadway di cui è lei l’assoluta protagonista, “Una svedese a New York”, parole e musica di Marit Bergman: sentitevi liberi di partecipare alla coreografia.

Basta così? Sì, in attesa del disco newyorkese, quello della consacrazione internazionale. Sempre che la ragazza non si stufi di incidere covere di Justin Timberlake (My love) molto migliori dell’originale, e compri il biglietto di ritorno prima del tempo. Goditi NYC, Marit, e non pensare al domani!


Eyes Were Blue:


I will always be yor soldier live acustico a NYC un paio di mesi fa:

1 commenti:

dannymellow ha detto...

CIAO!!!!
Ebbene si
eccomi qua a commentare, anzi a elogiare il tuo blog! Grande!
ora lo visiterò più spesso...
alla porssima visita cercherò innanzitutto di essere più preparato su marit bergman e soci...
a presto!!