
La storia del pop è piena di gruppi scomparsi dopo un solo disco, meteore durate il tempo di un singolo e un album, promesse non mantenute e finite, seguendo la loro orbita rapida e sghemba, chissà dove, forse in uno scaffale polveroso di quell’ufficio delle canzoni smarrite di cui parlava Jens Lekman in un suo celebre pezzo. Difficile indagare le cause di queste misteriose sparizioni, certo è che la curiosità è direttamente proporzionale alla luminosità di quell’unico scintillante passaggio. E’ il caso dei
Florian di
Florianopolis. Pochi i dati che abbiamo a disposizione: Svezia, 2003, una lista di nomi, sia maschili che femminili, tutti incensurati. E un disco, per l’appunto, su cui campeggia un’etichetta quasi sbiadita, “twee pop”, di certo posteriore all’oggetto e affissa da qualche dovizioso indagatore successivo. Ascoltiamo: i primi due pezzi scorrono veloci e obliqui, la voce femminile è pigra e appena intonata, il violino è dapprima cigolante, poi semplicemente incerto, subito è raggiunto da una tromba che sembra fargli una corte sbadata e bislacca e da un pianoforte apparentemente scordato, prende forma una canzone dall’aria naif e traballante, poi all’improvviso termina e lascia spazio alla sua gemella, appena più solida e vivace. Ci vengono in mente i Gorky’s Zygotc Mynci e loro feste malinconiche, ma non siamo in Galles, per nulla, e
la Traccia 3
ci abbraccia lentamente con le sue morbide spire folk: la voce è ancora un sussurro tremante, ma il violino guida sicuro su una strada notturna lucida di lacrime silenziose, mentre chitarra e basso sono spettatori discreti. E ricomincia una strana festa all’alba del quarto pezzo: Belle and Sebastian sono gli invitati speciali, ma non è chiaro se si stiano annoiando o siano lì lì per invitarti a ballare sulle note saltellanti della tromba. Li osservate scuotere aritmicamente la testa al ritmo di
No more – “My piano is full of dust because i no longer play…” ironizza la cantante, che ormai vi sta simpatica ed è come se la conosceste da una mezza vita – e all’improvviso li vedete aggiungersi al coro. I Florian hanno fatto colpo, e
Shadows and holes serve giusto per servire agli ospiti qualcosa da bere e prendere una boccata d’aria notturna sul balcone: fa caldo, per essere in Svezia, e giurereste di avere scorto il fantasma di Nico nel patio, ma forse l’avete confusa con l’ombra di qualcun altro. Tornate dentro e gli archi di
Hello green fields vi salutano come si deve: il tempo di togliervi l’aria della notte dal viso e siete in pista a domandarvi se il pop non sia proprio questa cosa qui, questa caramella melodica che dura quanto un giro della stanza e fa rollare i piedi, e tra un po’ vi racconterà di un amore finito, mentre i ragazzi lì sul palco (sono sul palco, suonano insieme, ma li vedete i Florian a registrare parti di chitarra o batteria in uno studio?) ci danno dentro, e tutto quello che dieci minuti prima sembrava dilettantesco o casuale adesso viaggia in armonia totale e alza i toni oltre il soffitto fino alla volta del cielo, fino a quando un pianoforte precipita da una nuvoletta e tutto per magia finisce. Soprabiti, baci sulle guance: è ora di andare a casa.
Ghetto love (è una cover, diranno gli investigatori) vi accompagna a casa, morbida, confortevole, soul come sa essere soul un abbraccio scandinavo, e, cavoli… vi siete dimenticati di chiedere un indirizzo, un numero di telefono, per ritrovare questi sgangherati eleganti compagni di una notte. Troppo tardi, e in fondo già lo sapevate che i Florian non li avreste incontrati più, che sarebbero rimasti di loro solo nove piccoli ricordi, sulla scia brillante che inesorabile si allontana.
Se lo sono domandati in molti, se mai ascolteremo il seguito di Florianopolis, ma pare impossibile ottenere una risposta: sulla rete, che non è infallibile ma per la musica pop è come l’archivio del Fbi e della Cia messi insieme, non c’è lo straccio di una prova, e quasi un lustro è passato dall’ultima testimonianza degna di rispetto. Nel frattempo però, e giustamente, l’etichettatura di genere di cui sopra ha creato un piccolo mito (leggete cosa scrive indiepop.it), e l’impressione è che si siano scritti più articoli sui Florian di quante siano le persone che li hanno ascoltati. Ma tant’è, il mistero della band scomparsa e la sua fugace colonna sonora accompagnano l’attesa (per quanto vana) e la loro mezza colonna nella storia del pop se la sono conquistata per sempre.
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