Della propensione dei gruppi svedesi per l'alt-country e dintorni abbiamo già detto il necessario: dovessimo contare le produzioni di "americana" uscite dalla Svezia negli ultimi anni, finiremmo per convincerci di avere il cinquantunesimo stato della federazione piantato in mezzo alla Scandinavia.In questo caso, la capitale non potrebbe che essere la nordica Umeå, visto che da quelle parti provengono (almeno) quei Perishers e quegli Isolation Years che dalle parti del folk-rock a stelle e strisce ci bazzicano abitualmente con ottimi risultati. Last but not least, e guarda caso proprio da quelle parti, arrrivano gli Amandine di Olof Gidlöf. Solace in sore hands non è un disco estivo (nemmeno primaverile, anche se è uscito ad aprile), ma - anche se gli Irene e Billie the Vision cercano di convincerci del contrario - nella terra di Ingmar Bergman non è mai veramente estate. Variopinti colori autunnali allora sulla copertina del disco e colori autunnali anche nella musica degli Amandine che, su un solido impianto pop-folk (per nulla scolastico: vedi i nomi prima citati come garanzia), lavorano duro sulle sfumature e sugli arrangiamenti (oltre a quelli di rigore per il genere si ascoltano banjo, fiati, violino e viloncello, theremin, pianoforte, glockenspiel, armonica e fisarmonica). Il risultato è un disco increspato di melodie ora fragili e delicatamente malinconiche, ora più arrembanti ed elettriche, costantemente mosso da una vivace brezza strumentale, in cui la tenue voce di Gidlöf si posa come una piuma, suportata qua e là da quella di Kristina Lundin. Una ricetta di certo originale (può l'"americana" esserlo senza annoiare a morte?) ma senz'altro ben eseguita e ricca di personalità, testimoniata anche da un ottimo albumdi esordio (This is Where Our Hearts Collide) , uscito - come l'ultimo - per la previdente ed eclettica Fatcat, etichetta inglese che ha in catalogo gente come Sigur Ros, Mùm, Nina Nastasia, ecc..
Nessun video, solo questo valido live americano di For all the marbles, dal primo disco:
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